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La scorciatoia del proletariato
Di Mario Roperto
La Calabria, si sa, non è terra che abbia mai saputo offrire adeguati sbocchi occupazionali ai suoi figli. I grandi flussi migratori verso le Americhe, prima, e verso il nord dell’Italia ed alcuni paesi europei, dopo, testimoniano con drammatica eloquenza quel vulnus. La perentorietà del bisogno impellente, la disperata ricerca di un diverso domani, hanno spesso fatto scempio di affetti e di radicate tradizioni. Una condizione di disagio non ancora del tutto superata, per quanto oggi fortemente attenuata dalle intervenute maturazioni degli scenari politico-economico-sociali. Il mondo evolve ed oggi , fortunatamente, offre soluzioni sicuramente meno traumatiche alle aspirazioni lavorative dei giovani calabresi. Anche se non prive di grandi sacrifici e rinunce. Per come ben sa, tanto per condire con una nota di oggettivo riscontro l’enunciazione della premessa, quella “mamma di Pizzo”, che, attraverso le cronache, ha voluto opportunamente ricordare all’opinione pubblica la sua sofferta esperienza di itinerante lavoratrice, priva di qualsivoglia altra credenziale che non fosse “il bravo ed umile pezzo di carta” conseguito con gli studi e, aggiungiamo noi, la determinata volontà di conquistare un dignitoso posto di lavoro. Invero, non è stato certo il gusto di una insana rivendicazione di eroismo a spingere quella donna a tale esternazione; né, evidentemente, l’originalità del comportamento, notoriamente condiviso con molti altri giovani calabresi, che, con lo stesso intento e con altrettanta dignità, hanno saputo trovare nella diversa realtà del settentrione d’Italia l’antidoto alla loro predestinata disoccupazione. Attiene, piuttosto, ad una comprensibile e sdegnata reazione verso il mercato delle vacche che, nei palazzi che contano, si va facendo delle rare opportunità di lavoro che si presentano, o che, con attenta regia, vengono procurate a vantaggio degli unti del “signore” di turno. Una metodica non nuova. Ma che oggi dilaga nella provincia vibonese fino ad assumere i caratteri di un’ostentata prevaricazione. E non solo perchè in nome del principio di uguaglianza sancisce con i fatti la prevalenza di quelli più... uguali degli altri. In estrema sintesi, la partita classicamente si gioca in tre tempi: l’estemporanea individuazione di una occasionale e temporanea esigenza lavorativa e la conseguente individuazione, intuitu personae, dei soggetti idonei alla bisogna; la sistematica protesta di questi ultimi, che, all’esaurirsi della durata contrattuale fatalmente perdono la qualifica di privilegiati per assumere quella di bistrattati lavoratori precari, perciò stesso acquisendo il diritto alla definitiva assunzione a tempo indeterminato; la dovuta e conclusiva sensibilità delle istituzioni interessate verso un così tangibile disagio sociale, che ben merita, al limite, anche una mirata dilatazione della dotazione organica. In ordine di apparizione, i ruoli vengono rispettivamente interpretati dai politici con la simpatia dei sindacati, dai sindacati con la simpatia dei politici, e, nella fase conclusiva, dai politici con l’arroganza del potere. Ai cittadini comuni o resi tali dall’indisponibilità preconcetta di politici e sindacati nei loro confronti non resta che guardare. Ed interrogarsi, perdendo magari il sonno nel vano tentativo di farsi una ragione del perchè la meritocrazia debba essere sinonimo di clientelismo, le previsioni costituzionali di uguaglianza dei cittadini e di accesso al pubblico impiego debbano scadere a semplici optional e finanche la definizione delle piante organiche degli enti pubblici debba essere intesa in funzione delle cosiddette “stabilizzazioni” piuttosto che determinata dal corretto rapporto tra costi e rendimento della gestione. Domande senza risposte. Volte non già a sottovalutare o ad irridere le situazioni di bisogno, che, in un serbatoio di disoccupazione quale appunto è sempre stata e rimane la provincia vibonese, sono davvero drammatiche; bensì a ricondurre alla razionalità di una sostanziale giustizia sociale la legittima aspirazione di ciascuno ad uno sbocco occupazionale. In modo da poter tacitare con l’evidenza dei fatti le forti perplessità ed i risentimenti di chi, come la “ mamma di Pizzo” delle cronache, la scorciatoia del “precariato” non ha potuto, suo malgrado, percorrere. E dissuadere chiunque dal concludere con l’arguto Marcello Marchesi che la legge è uguale per tutti. Basta essere raccomandati.
(Pubblicato GIOVEDÌ 28 febbraio 2008 su calabria ora PAGINA 32)
 

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