«Appena si è ripreso ha firmato le dimissioni volontarie e ha lasciato il nostro reparto. Non sappiamo dove sia in questo momento». La Rianimazione dell’ospedale “Jazzolino” dà comunque una buona notizia: José Nilo Domingo Lemire è uscito dal coma.
Il rifugiato politico cileno, che mercoledì sera avrebbe tentato il suicidio ingerendo una dose massiccia di farmaci, poi rimasto ricoverato per due giorni sospeso tra la vita e la morte, ora è tornato della sua modesta casa a Vibo Marina.
Il segretario cittadino di Rifondazione comunista, Antonio Callà, tra i pochi a non rimanere indifferenti di fronte al caso umano di quel «compagno» dall’esistenza tormentata, rassicura: «Ha voluto lasciare l’ospedale forse troppo presto - dice il dirigente del Prc -. L’ho sentito stanco, ma sta bene. Credo però che le istituzioni finalmente debbano attivarsi per aiutarlo, iniziando ad assicurargli quell’assistenza sanitaria della quale ha bisogno. Domingo è forte, la sua vita lo dimostra, ma un uomo come lui non può vivere senza una ragione per farlo. E questa ragione, ora, è nostro dovere trovarla». Sulla vita di José Nilo Domingo Lemire si potrebbe girare un film, drammatico, appassionato e struggente. Oggi è un «rifugiato politico», riconosciuto come tale dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, il 3 dicembre 1975. Ieri era un guerrigliero che si è battuto con ardore, sfidando atroci sofferenze e la morte, contro gli orrori del regime di Pinochet. Nella sua barba lunga, di sessantenne provato da un’esistenza grama, c’è la storia di un combattente che non ha mai tolto dal capo il suo basco con la stella rossa. Era un dirigente politico del Partito socialista cileno e durante la dittatura di Pinochet fece parte del Movimento isquerda revolucionaria e del Movimento pobladores revolucionario, nella sezione “Ernesto Che Guevara” di San Miguel. Fu testimone diretto del colpo di Stato che l’11 settembre del 1973 rovesciò il governo di Salvador Allende. Nell’ombra, da guerrigliero, José Nilo Domingo Lemire si batté tra le fila di una resistenza che coinvolse i contadini, gli studenti, i poveri, i perseguitati dal regime. Fu però arrestato, imprigionato e atrocemente torturato. Nutrito per mesi a pane e acqua salata, gli furono strappate le unghie dei piedi e subì dolori atroci a causa delle scariche degli elettrodi che gli furono applicati ai denti e ai testicoli. Ma non tradì mai i suoi compagni. Dopo un anno di assurde tribolazioni riuscì ad evadere. Anziché fuggire all’estero riprese la guerriglia e tentò di riorganizzare il movimento socialista nel suo Paese, in un clima di terrore e persecuzioni che provocò decine di migliaia di desaparecidos. Poi, in uno scontro a fuoco con gli squadroni della morte, fu ferito ad una gamba. Fu nascosto dall’ambasciata italiana, che gli concesse asilo politico e che lo trasferì in un ospedale militare dove fu salvato da una cancrena che stava per divorarlo. Appena in grado di camminare ritornò, ostinatamente, ancora una volta, a combattere in Cile contro il governo della giunta militare, ma fu riarrestato e imprigionato ancora. Evase nuovamente dopo pochi giorni e, solo, braccato, trovò asilo in Argentina, e poi in Brasile, per approdare, infine, nel 1976, in Calabria, a Gioia Tauro, pochi mesi dopo il riconoscimento, da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite, dello status di rifugiato politico. Arrivato quindi a Vibo Marina, trovò ospitalità nella modesta dimora di una donna di origine lombarda anch’ella relegata ai margini della società. Costretto a rinunciare a tutto, ad osservare quel mare che divise i suoi ideali dal suo passato e dal suo Paese, Josè Nilo Domingo Lemire dovette iniziare una nuova lotta per la sopravvivenza in Calabria. Come lavapiatti in qualche ristorante e con qualche lavoretto qua e là. Scrisse diverse poesie che sono state poi raccolte in un libro. Ma la sua esistenza calabrese, da «cane randagio», è stato il suo più grande calvario. Gli sono sempre mancati i farmaci per curare le piaghe, del corpo e dell’anima, provocategli dalla dittatura di Pinochet. Non ha mai avuto l’assistenza necessaria, mai nessun diritto per lui, malgrado lo status di rifugiato politico. Mai un lavoro fisso. E più volte, per quell’insolito contegno, per il suo abbigliamento da combattente sudamericano, per il non aver mai rinnegato ciò che è sempre stato, è rimasto vittima delle aggressioni del branco. Sulle sue condizioni di abbandono e disagio è stato interessato anche il Parlamento. Anche Rifondazione comunista, tanto a Vibo quanto a Reggio Calabria, ha più volte portato all’attenzione delle cronache la sua storia, il suo passato e il suo presente. Ma Domingo, oggi come ieri, non rimane altro che un’ombra che si aggira tra gli indifferenti sguardi e gli assordanti silenzi di un Paese che gli ha dato rifugio, ma non una casa, né la considerazione che la sua vita avrebbe meritato.
Michele Garrì
Tratto da: Calabria ora ed. di Vibo pag. 15 di lun. 16 feb. 2009
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